"Thomas Mann colloca Masaryk tra le grandi personalità della prima metà del Novecento assieme al leader socialista e presidente del Consiglio francese Léon Blum e a Franklin Delano Roosevelt."
CC – Tomáš Garrigue Masaryk è una persona cruciale per la storia centro-europea. Nel sondaggio eseguito dalla Televisione ceca nel 2005 intitolata “Il Ceco più importante” (Největsí Čech) è arrivato al secondo posto. Come viene vista la sua persona in Italia e quali sono stati i suoi rapporti?
L – Sarebbe interessante sapere chi è il primo!
Thomas Mann lo colloca tra le grandi personalità della prima metà del Novecento assieme al leader socialista e presidente del Consiglio francese Léon Blum e a Franklin Delano Roosevelt.
Non è certo importante solo per la storia dell’Europa centrale, dove, assieme a Edvard Beneš, fu tra gli unici leader di sicura fede democratica in un’area dominata prima da governi autoritari e filofascisti, successivamente dai regimi di stampo sovietico.
L’Italia fu il primo paese che gli concesse il permesso di soggiorno quando nel dicembre 1914 fuggì in maniera rocambolesca da Praga, assieme alla figlia Olga, e andò in esilio per combattere l’Austria-Ungheria. A Roma entrò in contatto soprattutto con esponenti jugoslavi e percepì che l’Italia non sarebbe entrata in guerra al fianco degli Imperi centrali
Era stato in Italia la prima volta nel 1876 come accompagnatore e precettore del figlio del banchiere viennese Rudolf Schlesinger, Alfred, e gli era apparsa come un museo e una scuola d’arte.
Nel 1913 vi era ritornato per motivi di salute e a Capri era entrato in contatto con la colonia russa che vi risiedeva e in particolare con Maksim Gor’kij.
Ritornò a Capri nel ’21 e nel ’22, nel maggio del ’24 soggiornò a Taormina e rilasciò una lunga intervista al quotidiano «La Tribuna».
Le visite e anche le relazioni amichevoli si interruppero dopo il delitto Matteotti del giugno successivo e i due paesi si trovarono su fronti contrapposti nel periodo fra le due guerre. Revisionista l’Italia, poi alleata della Germania nazista, legata alle democrazie occidentali e all’ordine di Versailles la Cecoslovacchia.
Ambienti dell’Italia liberale e antifascista e l’ambasciatore presso il Quirinale Vladimír Vaněk sollecitarono Benedetto Croce a commemorare lo scomparso presidente dopo la caduta del regime. Ciò avvenne ben presto, in un’Italia non ancora liberata dallo straniero, il 7 marzo 1945, nel giorno anniversario della sua nascita, in quel Palazzo Venezia che era stato il palcoscenico del dittatore, alla presenza di alcuni ministri del governo Bonomi. Tra questi Alcide De Gasperi, che era stato collega di Masaryk al Reichsrat di Vienna.
Un’altra commemorazione si ebbe nel 1950 ad opera dell’insigne slavista Ettore Lo Gatto, soprattutto mettendo in rilievo i suoi studi nel campo della storia della letteratura russa. Egli aveva già curato nel 1925 la prima edizione italiana de La Russia e l’Europa e nel 1971 ripubblicò il lavoro in un’edizione riveduta e aggiornata.
Poi cadde il silenzio, la sua figura, rimossa in patria, fu oscurata anche in Italia dal prevalere di una cultura di stampo marxista.
Negli anni ’90 ritenni che la liberazione dal comunismo avrebbe dovuto ridare a Masaryk il suo posto nella storiografia e nella cultura italiana e presi l’iniziativa di tradurre Nová Evropa. Stanovisko slovanské [La Nuova Europa. Il punto di vista slavo]. Chiesi all’amico e collega Koloman Gajan, dell’Università Carlo, da dove era stato espulso nel ’70, di scrivere la Prefazione e curai la prima edizione critica, cioè con il commento al testo, senza il quale l’opera sarebbe rimasta difficilmente comprensibile per il lettore italiano. Il volume, pubblicato nel ’97 dalle Edizioni Studio Tesi di Pordenone, fu presentato il 13 ottobre dello stesso anno nella sala del Burgravio supremo al Castello di Praga per iniziativa dell’Istituto Italiano di Cultura. L’edizione critica ceca fu pubblicata nel 2016.
CC – Cosa significa Masaryk nell’attuale contesto internazionale?
L- Guardi, debbo dire che è ritornato ad essere una persona scomoda, come, per altro verso, durante il periodo comunista.
Quando sono stato nominato membro onorario della Masarykova Společnost [la Società Masaryk, l’erede del patrimonio spirituale del Presidente] nel marzo 2003, durante una solenne cerimonia nell’Aula magna della sede dell’Accademia delle Scienze a Praga, avevo auspicato, con grande approvazione dei presenti, che la sua statua venisse posta all’interno del Castello. E questo non tanto per una questione estetica, ma per onorare colui che aveva ridato una nuova vita a quella dimora e aveva rappresentato la nascita di un nuovo Stato. Quindi avevo esclamato: «Fate entrare Masaryk al Castello!».
Ma, vede, quello Stato per il quale Masaryk aveva combattuto e del quale aveva fatto un modello di democrazia e di libertà (si diceva nel periodo tra le due guerre che Praga, Parigi e Londra erano le sole capitali dove si potesse parlare al caffè senza essere spiati dalla polizia), quello Stato non c’è più. Non entriamo nei dettagli, ma non c’è più, e dopo immani tragedie, non c’è più nemmeno la Jugoslavia, della quale Masaryk si può dire sia stato il padre spirituale. Gran parte della intelligencija degli slavi del sud si era formata alla luce dei suoi insegnamenti, alla sua cattedra di filosofia. Se Lei va in ognuna delle capitali degli Stati successori trova una “Via/Ulica T. G. Masaryk”, a Lubiana, a Zagabria, a Belgrado. Lui, come già Giuseppe Mazzini, era per l’integrazione tra le piccole nazioni dell’Europa centrale e per l’alleanza strategica tra Cecoslovacchia e Jugoslavia, che di fatto ci fu, e con la Romania formarono la Piccola Intesa. La Střední Evropa, il concetto di ‘Europa centrale’ masarykiana, che comprendeva anche i cosiddetti ‘Balcani’, avrebbe dovuto avere un suo ruolo autonomo nel contesto internazionale, in chiave democratica, ed assumere un suo posto paritetico tra le grandi potenze. Questo progetto fu spazzato via dall’imperialismo hitleriano e poi da quello sovietico.
Ma dopo l’89 a che cosa abbiamo assistito? Alla rinascita della Mitteleuropa di stampo tedesco, quella di Friedrich Naumann, e il Gruppo di Visegrád ha preso tutt’altra direzione rispetto alle idealità di Masaryk. Così a me sembra, e sarebbe bello poter discutere di questi temi.
Non parliamo del suo pensiero a proposito della Russia, rispetto alla quale egli era molto vicino a quanto affermava il presidente americano Woodrow Wilson, e dell’Ucraina. Lui sostiene chiaramente che il distacco di quest’ultima dalla Russia sarebbe stato nefasto per entrambe.
Oggi questo sa quasi di provocazione.
CC - Veniamo così alla terza domanda: «Cosa significa oggi ripresentare La Nuova Europa? ».
L- Si tratta intanto di una edizione riveduta e ampliata, in uscita dall’editore Castelvecchi di Roma, con una Cronologia della vita dell’Autore, una Rassegna bibliografica, un’Appendice che comprende il testo della commemorazione di Croce e una sezione che dà conto in maniera esaustiva dei lavori di Masaryk e su Masaryk pubblicati in italiano. Quest’ultima parte sarà poi inserita nella programmata Enciclopedia della vita e delle opere di TGM che si sta elaborando al Masarykův ústav di Praga.
Certo, è un po’ una provocazione, perché vengono a galla tutta una serie di questioni che sembravano definitivamente risolte o per lo meno sopite. E invece sono aperte e non così obsolete come si crede. Vengono presentate tutta una serie di considerazioni, sia sul piano geopolitico sia su quello sociale, che non si possono retrodatare a cento anni fa, ma che si attagliano a situazioni contemporanee e hanno un valore universale.
Basterebbe citare quanto egli afferma nella sua opera:
«Il problema delle piccole nazioni e dei piccoli stati non è diverso da ciò che si chiama “piccolo uomo”: Il valore dell’uomo, della sua individualità, vanno rispettati indipendentemente dalle sue risorse materiali. Sta qui il vero senso, il nocciolo, del grande movimento umanistico che caratterizza l’epoca attuale e che si manifesta nel socialismo, nella democrazia e nei movimenti nazionali. L’umanesimo moderno riconosce i diritti del più debole; questo è il significato di tutti gli sforzi per il progresso e per il riconoscimento della dignità umana».
Siamo quindi di fronte non solo a una personalità ceca o mitteleuropea, ma evidentemente a un politico nel quale l’azione nasce da un pensiero profondo, da una riflessione sulla società, sulle condizioni sociali. Non a caso la sua tesi di abilitazione per la docenza universitaria si intitola Il suicidio come fenomeno di massa della civiltà moderna.
La sua attenzione per la condizione dell’uomo come singolo e come parte della collettività, il suo impegno per il riscatto dei piccoli popoli sono esemplari e dovrebbero essere anche oggi motivo di particolare considerazione nella cultura europea.
Per l’Italia il richiamo al suo insegnamento, alle sue valutazioni circa il rapporto di alleanza che si sarebbe dovuto instaurare con le popolazioni slave d’oltre Adriatico, cosa già a suo tempo sollecitata da Mazzini, rientra pienamente in una nuova interpretazione degli eventi della Prima guerra mondiale e di come furono poi condotte le trattative di pace. Anziché dar vita a un duraturo processo di collaborazione, come era stato al Congresso di Roma delle nazionalità oppresse dell’aprile 1918, si continuò in una sterile politica rivendicazionista che emarginò l’Italia dalla scena mondiale, dove invece era emersa tra le grandi democrazie che avevano vinto gli Imperi teocratici. Qui mi permetto di ricordare come precedente a questo volume di Masaryk il mio studio dal significativo titolo Alternativa mazziniana, che uscì da Castelvecchi nel 2018. Esso recupera il filone intellettuale che si contrappose alla politica ufficiale del governo Orlando-Sonnino. In questo quadro si inserisce anche il rilancio, avvenuto qualche mese fa, del pamphlet di Edvard Beneš, La Boemia contro l’Austria-Ungheria che uscì nel 1917 e il cui testo ho rivisto e ripubblicato con una Postfazione, grazie all’appoggio dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano (ISTRIT) di Treviso.
C’è solo da sperare che questa articolata serie di lavori possa avere un riscontro non solo tra gli specialisti ma anche nell’opinione pubblica italiana, ceca, slovacca e in genere nell’ambito internazionale. Mi piace qui ricordare le manifestazioni che ebbero luogo su questi temi nella primavera del 2019 alla Biblioteca nazionale di Bratislava, su iniziativa dell’Ambasciata d’Italia, e all’Istituto Italiano di Cultura di Praga. Prima ancora a Roma, alla Biblioteca del Senato.Francesco Leoncini è il maggiore studioso italiano di storia ceco-slovacca e autorevole interprete della realtà politica e sociale della Mitteleuropa.
Ha insegnato dal 1971 al 2011 all’Università Ca’ Foscari di Venezia.