Letošním vítězem pro Itálii se stal absolvent Univerzity La Sapienza v Římě, Matteo Annecchiarico. Jeho překlad, který oslovil porotu svou kvalitou, stylem a autenticitou si nyní můžete přečíst na našich stránkách.
Vítězný překlad
Marek Torčík
Scomponi la memoria
L’acqua sta lentamente creando delle grinze sulle dita dei tuoi piedi. Bianca, corrugata, la pelle formicola leggermente, il freddo del fiume ti penetra fin dentro al midollo e quella sensazione, quel momento si trasforma nel mormorio delle foglie degli alberi circostanti. Ascolti gli uccelli agitare allegramente le proprie ali bagnate, volano quaggiù per bere, si posano su alcune delle rocce più grandi, si bagnano il becco e poi spariscono di nuovo velocemente. Ti ricordano degli sciocchi bambini piccoli, che non devono sforzarsi di essere nulla di diverso se non sé stessi. Li invidi abbastanza per questo.
Respiri profondamente, steso sui ciottoli della riva. Prima desideravi che qualcuno fosse sdraiato lì con te, qualcuno che avresti preso per mano, qualcuno che afferrasse a sua volta la tua e che facesse partire con te la musica nelle cuffie per coprire in questo modo il rumore delle persone che stanno chiacchierando ad alta voce sul telo lì accanto. Pensavi un po' ingenuamente che non avresti dovuto preoccuparti di nient’altro, che all’improvviso le cose sarebbero andate diversamente.
Il viso di Marián si intrufola nella tua testa.
Il viso di Marián continua a introfularsi nella tua testa.
Aleggia continuamente davanti a te, quasi a portata di mano, ti basta solo allungare una mano per afferrare invece soltanto dell’aria. Dal momento in cui, intorno all’inizio di ottobre, hai dovuto abbattere quella barriera silenziosa di parole non dette, ti ritrovi costantemente davanti agli occhi il suo volto emaciato, la sua macchia vicino al labbro.
Eppure, tutta quella storia era iniziata con una sciocchezza, durante l’ora di storia ti era finita la penna e non ne avevi un’altra con te. Non aveva senso chiederla a qualcun altro, sapevi già cosa ti avrebbero risposto.
Marián era concentrato sullo scarabocchiare qualcosa nel suo quaderno, sulla propria metà del banco aveva sparse forse una dozzina di penne. Hai allungato il collo e ti sei messo a osservare con curiosità un disegno abbastanza riuscito. Il personaggio al centro del foglio sembrava quello di un anime giapponese, un ragazzo seduto su una sedia con la testa nascosta fra i palmi delle mani.
Le parole ti sono sfuggite di bocca prima che potessi renderti conto di quello che stavi effettivamente facendo.
“Sai disegnare”
Hai sbattuto le palpebre cercando di mettere a fuoco il gruppetto sfocato di palazzi oltre le finestre. Sul vetro erano rimaste le impronte delle dita di qualcuno e, proprio come avevano fatto con le veneziane aperte, i sedimenti grigi della polvere di gesso avevano ricoperto anche il mondo là fuori.
Marián si è irrigidito, ha girato la testa verso di te e si è messo ad esaminarti per un lasso di tempo spiacevolmente lungo, cercando di capire quali intenzioni avessi: avresti potuto fare qualsiasi cosa, tirare un pugno sul banco e dimostrare così di essere come tutti gli altri. Di essere fatto della loro stessa pasta. Pugni e sangue. Ma tu sei rimasto immobile, incapace di compiere anche il minimo movimento.
Ha annuito leggermente, con cautela, e poi è tornato al proprio foglio.
Lo stridio del gesso sulla lavagna ti ha fatto tornare nuovamente in te. Nelle altre aule avevano già da tempo delle lavagne su cui poter scrivere con i pennarelli, mentre da voi ancora nulla. Attraverso la superficie macchiata dagli strati di testo delle lezioni precedenti non si poteva già più vedere niente, e inoltre Coufalová non sapeva scrivere alla lavagna, sembrava più che stesse scavano sulla superficie verde, facendo venire i brividi lungo la schiena a tutti per un’ora intera. Avrebbe potuto benissimo conficcare le unghie nella lavagna, e anche così, con la sua voce noiosa e monotona, sarebbe riuscita a finire il suo racconto sul matrimonio fra Břetislav e Jitka. Su come un bel principe non fosse riuscito a trattenersi e avesse rapito la propria futura moglie. Al suo posto hai immaginato Filip, anche lui non sarebbe riuscito a trattenersi, poteva fare quello che voleva.
Ti sei ricomposto un attimo e hai chiesto una matita. Ne ha lanciata una verso di te con noncuranza e poi è si è chinato sul proprio schizzo.
Durante la ricreazione ti sei avvicinato a Marián e gli hai sussurrato: “è veramente bello”.
Ha accennato un sorriso. Su un secondo foglio aveva un altro disegno: un trono di cemento, e su di esso un bambino. Aveva disegnato un trono spezzato in alto, e verso il basso aveva lasciato ricadere dei solchi, o forse erano più dei raggi solari storti. Il ragazzo sedeva avvolto in un lungo mantello che gli si contorceva vicino a una gamba, fino a raggiungere il bordo della pagina.
“Questo è Akira e questo è Shinji”, ha spiegato Marián, indicando nell’ordine prima il ragazzo seduto sul trono e poi quello sulla sedia.
Nessuno di quei nomi ti diceva nulla. Invece da Marián ti sentivi attratto. Aveva il viso teso, la pelle sul naso e quella in mezzo alle sopracciglia si era contratta in due leggeri solchi. Hai smesso di prestare attenzione, finché il prof. di matematica non ti ha tirato il gesso. Tu su carta non riesci a creare nulla di decente. La mamma si è appesa in anticamera l’immagine di un cammello con cinque gambe, e probabilmente nessuno si sorprenderebbe di quell’immagine se l’avesse disegnata un bambino piccolo. Solo che la quinta gamba del cammello doveva essere una coda, e tu allora andavi già in terza elementare.
Di ritorno da scuola ti sei fermato sulla scalinata vicino all’hotel Fit, e dal marciapiede ti sei messo a guardare dei genitori che con i bambini si arrampicavano per superare la recinzione del giardino della scuola lì vicino. Alcuni si tenevano un po' in disparte, altri raccoglievano infilandosele in tasca le castagne a terra, immersi fino alle ginocchia nell’erba e nel fogliame. In prima elementare saresti stato qui con la mamma anche tu. Avreste superato insieme la recinzione, la mamma ti avrebbe aiutato dall’alto, tu le avresti assicurato il passaggio dal basso. Vi sareste tirati manciate di foglie, poi una volta a casa lei avrebbe sistemato le castagne sul tavolo e le avrebbe pulite con un fazzoletto, in modo che tu le potessi portare alla raccolta del mattino dopo.
Tanto da voi a scuola si raccoglie costantemente qualcosa. Bucce d’arancia, castagne, carta, tappi di bottiglie di plastica. Spesso qualcuno si inventa anche delle gare, per esempio al primo anno la classe vincitrice, quella che avrebbe raccolto più carta, poteva vincere una gita a Praga. Il nonno consegnava ancora i pasti per l’ospedale a bordo di un vecchio furgone Avia, e sulla strada del ritorno chiedeva ogni volta dei volantini. A causa tua si era girato forse tutta Přerov, si trascinava nell’abitacolo dei pacchetti sporchi legati con dello spago blu, ficcandoseli persino in mezzo ai contenitori termici imbrattati e vuoti. Una volta ti ha portato con sé, ti ha chiuso dietro nello spazio per il carico, tappezzato da poster di donne nude e pieno di casse di plastica con il cibo. Eri seduto in uno spazio angusto vicino alla parete, sulla faccia avevi premuta l’immagine delle tette di qualcuno, e l’unica fonte di luce ti arrivava da uno stretto buco sul tetto. Ti sembrava che quella volta avresti vinto di sicuro.
Ma alla fine vinceva sempre la classe dove andava Honza, il figlio di un rappresentante del municipio locale.
“Non puoi farci niente. Le cose funzionano così” cercava di tranquillizzarti la mamma, “aspetta la prossima volta, magari arriverà anche il tuo turno”.
Ancora oggi stai aspettando quelle prossime volte di cui parlava; sono costantemente lì, proprio dietro l’angolo, e ti interesserebbe sapere quando arriverà la tua di prossima volta.
Ultimamente ti imbatti spesso in Honza proprio nei dintorni dei due hotel. È sempre circondato da un gruppo di ragazzi, se ne stanno tutti in piedi vicino al garage oppure più in basso, a due passi dall’entrata del rifugio antiatomico. Attorno a loro aleggia il fumo delle sigarette, e anche una fugace puzza dolciastra. Non c’è comunque niente di meglio da fare qui, non c’è nessuno posto in cui andare, ci sono solo parcheggi vuoti, campi da tennis e birrerie semideserte. Il gruppetto non è visibile dai punti in cui di solito passano le persone. E, anche se qualcuno per caso li nota, si limita a sorvolarli con lo sguardo per poi girarsi rapidamente dall’altra parte.
Della loro banda era a conoscenza solo chi, come loro, si era perso.
Una volta, più o meno due anni fa, ti avevano chiamato da loro. Effettivamente ti interessava che cosa stessero combinando, erano più grandi e più maturi: hai corso attraverso i cespugli, sei scivolato sulle foglie umide e sei sceso lungo il pendio, finché non li hai raggiunti. Dal telefono di qualcuno ruggiva della musica rap, i ragazzi stavano in cerchio, si dondolavano sulle ginocchia a ritmo, il volume della musica era così forte che dall’aria stava svanendo ogni traccia del mondo circostante. Rimanevano solo buste di plastica disintegrate, vetri rotti e preservativi usati, lattine di solvente.
Su una scarpa ti è atterrato lo sputo di qualcuno, avevi paura di strofinare via quella sostanza viscida.
Hai alzato la testa e hai visto uno di quei ragazzi, stava proprio sopra di te, indossava una felpa marrone sporca. Si è asciugato la bocca con il bordo della manica, con la stessa mano si è grattato l’inguine e poi ti ha aiutato a rimetterti in piedi.
Ti sei guardato intorno nervosamente.
“Beh, allora zio, ti fai un tiro con noi?”
Honza ha riso rumorosamente. Era un po' più giovane degli altri, se ne stava leggermente in disparte e stonava troppo rispetto al resto del gruppo. Portava vestiti nuovi e puliti, i capelli pettinati. In una mano stringeva un sacchetto di plastica, ha intercettato il tuo sguardo e l’ha nascosto velocemente dietro la schiena.
“Bro, quello non sa nemmeno di che stai parlando”
“È uno po' strano, vero? E poi quanti anni ha?”
“Eh, dagli prima una cicca e lo scopriremo.”
Qualcuno ti ha ficcato una sigaretta in mano, esattamente nel momento in cui lungo la strada a una ventina di metri da voi è passata un auto. Ti sei spaventato e l’hai lasciata cadere a terra.
“Ma sei scemo, coglione, qua non ti vede nessuno.” Il ragazzo con la felpa marrone ha raccolto la sigaretta, ha soffiato via la terra sopra di essa e ha fatto un lungo tiro. Mentre lo faceva non ha staccato per un secondo gli occhi da te. “Qui possiamo fare assolutamente come ci pare. Qui c’è la libertà”. Si è inclinato verso di te e ti ha soffiato il fumo direttamente in faccia. Qualcuno ha cambiato canzone, il ragazzo si è messo il cappuccio in testa e ha iniziato a sputarti parole in faccia.
Senti a me, nessuno qua sta fingendo.
L’hai guardato agitare le mani, fare dei movimenti con cui sembrava stesse dando un pugno a qualcuno che non vedevi, nonostante fosse davanti a te. Mani in alto e mani in basso mentre dalla sigaretta continuava a staccarsi della cenere. Attorno a lui un odore dolciastro. Ti ricordi i bordi grigi e sbavati delle sue pupille. Le labbra screpolate. Pendevi da loro, era così vicino a te che hai notato delle sottili vene violacee scorrergli attorno al naso, così come un neo sotto l’occhio sinistro. Ti ha lanciato un occhiolino e si è fatto un altro tiro.
E quando ha soffiato verso di te, tu hai inspirato profondamente.
Sai quasi per certo che erano lì anche quella volta che stavi tornando da scuola, solo che non li si poteva sentire per via delle grida dei bambini. Giorno dopo giorno passi per lo stesso percorso e loro sono lì ogni volta. Cambia solo il colore delle foglie, la ruggine cresce lungo il cancello vicino al bunker, e crescono anche le macchie scure sulle facciate delle case intorno. Cambia tutto, solo loro non lo fanno. Anche quando non li vedi, senti che sono nelle vicinanze. Volevi unirti di nuovo a loro, lo sguardo di quel ragazzo ti perseguitava, come se quella fosse stata la primissima volta in cui qualcuno ti ha guardato. Ma non ti hanno più chiamato di nuovo, e quando un’altra volta ti sei diretto nella loro direzione uno di loro ha sputato, un altro ha gridato qualcosa. Hai finto di non sentire i loro insulti, ma da quel momento in poi hai preferito iniziare a passare dall’altro lato della strada, dove le loro grida si confondono con le risate dei bambini che raccolgono le castagne. Finché non avessero iniziato a rompere qualcosa, nessuno nei dintorni li avrebbe sfiorati nemmeno con uno sguardo.
Avrebbero potuto tranquillamente rimanere lì fino alla fine del mondo, per loro (e lo stesso valeva anche per te) in esso non era rimasto più alcun posto.
Ma c’è qualcosa che ti frulla spesso in testa. Se quella è “libertà”, se sei libero solo quando nessuno ti vede, quando nessuno può raggiungerti, come fai a sapere se esisti realmente? Se sei solo, e non hai nemmeno dove andare, nessun posto verso il quale poterti dirigere, tanto meno puoi avere anche qualcuno su cui contare almeno una volta.
Prima avresti ostinatamente assicurato a te stesso di essere in grado di vedere tutto. Solo che ti sei sbagliato: anche tu per tutto il tempo ti sei rifiutato di vedere Marián. Nei tuoi ricordi se ne stava sempre in disparte, si confondeva con la superficie dell’acqua, e nemmeno la più grande delle onde riusciva a smuoverlo. Finché all’improvviso stavi salendo le scale e non riuscivi a togliertelo dalla testa. Da qualche parte arrivava fino a te il suono di un’ambulanza, una televisione urlava dalle finestre aperte dell’appartamento vicino. Ti sei immaginato la sua espressione concentrata, stava tracciando con una matita una linea su un foglio, i muscoli del viso saldamente contratti.
Il giorno seguente Koníček vi ha lasciato giocare a dodgeball per l’ultima mezz’ora di educazione fisica. Non ne avevi voglia, i tuoi compagni di classe tiravano dei colpi terribili, Filip e Petr complottavano ogni volta fra loro, e alla fine o l’uno o l’altro vinceva sempre. Ti è sembrato inutile anche solo provarci, bastava aspettare che qualcuno ti prendesse.
Non era la prima volta che ti eliminavano per primo. Persino Marián era rimasto in gioco per cinque minuti buoni in più.
Con aria abbattuta ti sei trascinato fino alla nicchia dove i materassini giacevano uno sopra all’altro. Ti sei arrampicato su di loro e hai iniziato a seguire gli altri dall’alto. Si mettevano in disparte uno dopo l’altro, lontani da te, andandosi a sedere sulla panchina lungo il muro.
Marián era in piedi come un palo nell’angolo della palestra e non si muoveva minimamente. Questo sebbene l’unica cosa che bisogna fare nel dodgeball sia monitorare ciò che ti circonda e saltare dietro a qualcun altro al momento giusto. Questo però Marián non lo sapeva, a giudicare dai suoi movimenti confusi, sobbalzava ad ogni suono più forte del normale. Quando Petr l’ha finalmente colpito sulla schiena ha iniziato ad attraversare la palestra, e in realtà sembrava abbastanza felice, ti ha notato, ha accennato un sorriso e si è diretto verso di te, appoggiandosi poi alla torre di materassini. Le gambe ti penzolavano a un palmo dalla sua testa. Il tuo sguardo vagava fra lui e la partita.
A circa mezzo metro da voi è atterrata la palla. Filip si è precipitato su di essa, non vi ha nemmeno guardati, ha spiccato un salto, lo stridio delle sue suole ha falciato l’aria.
Marián ha affondato le mani nelle tasche, batteva nervosamente i piedi. Ha cominciato a darti un po' sui nervi. Hai provato ad ignorare quel suono, a concentrarti sugli stridii, sulle grida, ma sei finito di nuovo sui colpi regolari del piede sul pavimento. Hai fatto un respiro profondo e all’improvviso quel silenzio ha smesso di essere divertente.
“Io in realtà non so chi è Akira. E nemmeno quell’altro”
Marián ha sollevato gli occhi verso di te, sembrava confuso. Poi ha capito di cosa stessi parlando e si è fatto tutto raggiante.
“Sono dei personaggi”
“Ah.”
“Sono due dei miei manga preferiti. Veramente Akira lo è. Evangelion è più una buona serie, i volumetti non sono granché.”
Non capivi molto di cosa stesse parlando. Marián ha aggrottato le sopracciglia, si è girato verso di te con tutto il corpo e con la mano ha dato un colpo al materassino solo a qualche centimetro dalla tua gamba.
“Non leggi molti fumetti, vero?”
Hai scosso la testa.
“E gli anime li guardi? Tipo Mononoke?”
Ti sei guardato cautamente attorno. In gioco erano già rimasti solo gli ultimi tre giocatori, la classe gridava verso di loro dalla panchina vicino al muro, nessuno guardava nella vostra direzione.
“Si,” hai abbassato di nuovo gli occhi su Marián “quello lo conosco.” Gli tieni nascosto il fatto che non hai visto il film per intero, alla mamma non piaceva e ti ha costretto a sceglierne un altro.
Marián ha assunto un’aria felice. Ha fatto leva con le mani sui materassini ed è saltato su.
“Ecco vedi, quello è qualcosa di simile. Forse un po' più horror”
“Ah.”
Era seduto molto vicino. La testa ti è schizzata inconsciamente di lato in direzione degli altri.
“Akira è questo bambino che ha… dei poteri. Ma in realtà il manga non parla per niente di lui.”
Nemmeno l’ora di educazione fisica parlava di voi. Filip aveva vinto. Hai alzato la testa, proprio in quel momento stava correndo in cerchio pieno di entusiasmo, agitando le braccia intorno a sé mentre gli altri applaudivano. Ha smesso di correre, per prima cosa si è assicurato che Koníček gli stesse dando la schiena e poi è passato al salto della cavallina.
“Sì, ficcaglielo dentro!” ha strillato Petr, è arrivato saltando sulla cavallina dall’altro lato e insieme hanno iniziato a spingerla con forza. “Daglielo come si deve, cazzo!”
Marián ti ha guardato con aria divertita e ha fatto roteare gli occhi.
Dopo un paio di minuti eravate già seduti nello stesso posto. Quella volta l’avevano eliminato per primo, e quando ti sei diretto verso i materassini era lì che aspettava.
“Io questo gioco lo odio,” si è lasciato scappare non appena sei saltato vicino a lui.
“La roba più stupida del mondo.”
In maniera simile alla tua, Marián se ne stava appoggiato con i palmi sul bordo, solo che allo stesso tempo scalciava così tanto con le gambe da far tremare pericolosamente la pila di materassini.
“Ma allora di che parla? Quel fumetto.”
Il suo viso ha tradito troppe cose tutte insieme. Potevi quasi riuscire a vederle agitarglisi sotto alla pelle.
“Parla di un ragazzo che ha poteri telecinetici e che per poco non distrugge il mondo. Perché l’hanno abbandonato tutti e lui per tutta la vita ha pensato di essere inutile, e all’improvviso riesce a fare delle cose che gli altri non si sognano nemmeno. Per esempio, polverizza la testa a un bastardo solo guardandolo.”
Parlava, e insieme alle sue parole ti arrivava anche del profumo di ammorbidente. Improvvisamente non ti dava più così tanto fastidio, se confrontato alla puzza dei materassini, delle suole di gomma e della palestra.
“Ah, allora non può essere quel moccioso che hai disegnato.”
Ha ridacchiato e di colpo ti sei sentito stupido.
“No, quello è Tetsuo. Akira è il bambino che all’inizio del fumetto fa saltare in aria l’intera Tokyo. Hanno condotto degli esperimenti su di lui.”
Marián ha probabilmente notato la tua confusione, ha riflettuto un secondo e poi ha aggiunto:
“Posso prestarteli questi fumetti, ce li ho a casa, solo che sono in inglese.”
“Non è un problema per me”, hai sbottato raddrizzando la schiena. “Ho mio padre in America, l’inglese è la mia seconda lingua.” Quella non è esattamente la verità, in realtà leggere un paio di pagine non ti crea problemi, ma non capisci la maggior parte dei vocaboli e riesci a malapena a seguire la trama.
“Ho sentito,” si è fatto scuro in viso. “Ne parli abbastanza spesso.”
Ti ha sorpreso scoprire che qualcuno ascolta quello che dici.
“Sì, beh, e poi c’è Shinji, quell’altro, tutte e due quei personaggi sono abbastanza simili, tutti fanno con loro quello che gli pare. Ma Shinji è un outsider ancora più grande, mi ricorda me.” Si è azzittito per un istante, ha fissato lo sguardo su di te e poi con un sussurro, come se non avessi nemmeno dovuto sentirlo, ha aggiunto: “e anche un po' te, ma magari sarà per i capelli”.
Marián si è chinato, si è grattato il polpaccio e la sua pelle ha fatto capolino da sotto alla maglietta. Hai distolto velocemente lo sguardo da lui e hai iniziato a guardare il soffitto.
“Questa roba è una figata, perché è così tosta e diversa dalle altre, ma allo stesso tempo terribilmente divertente. Mi piacciono veramente questi personaggi”. Un grido ha rimbombato per la palestra. Avete sobbalzato entrambi. Hai controllato nervosamente i paraggi e intanto Marián continuava: “Sono dei solitari, ma nonostante questo non sono vittime, ti danno solo la sensazione di essere completamente fuori dal mondo che li circonda e allo stesso tempo sono tutti un po' patetici. Akira è un bambino, certo, intendo più gli altri. Invece di aspettare come dei cretini che qualcosa gli esploda sotto al naso, alla fine non si fanno andare bene niente. Se ha senso.”
Nulla di tutto quello aveva senso per te, non capivi perché ti stesse spiegando quelle cose. Ha aperto bocca per aggiungere qualcosa, ma in quel momento Petr ha sbattuto contro i materassini dal basso. Stava schivando la palla e non è riuscito a fare la curva in tempo.
Saresti caduto, se all’ultimo secondo non ti fossi aggrappato al bordo.
Sotto di voi Petr si è rimesso in piedi ed è subito corso via di nuovo.
Ti sei ricomposto un attimo, hai sbattuto le palpebre e hai scoperto che la tua mano era rimasta per tutto il tempo poggiata su quella di Marián.
Ti sei spaventato e hai ritirato velocemente la mano. L’hai distesa un paio di volte, piegando le dita, e alla fine l’hai nascosta nella tasca.
Prima che tu potessi renderti conto di quello che stavi facendo, era già troppo tardi. Marián ha abbassato gli occhi a terra. Il punto in cui aveva toccato la superficie del materassino ne manteneva ancora la forma. Si ricordava ancora di quel tocco, ne aveva preservato un’impronta appena percettibile.
Ha suonato la campanella. Senza dire una parola ti sei trascinato nello spogliatoio e una serie di immagini si susseguiva velocemente nella tua testa. Non hai idea di quanto ci sia voluto per cambiarti, sei rimasto nello spogliatoio completamente solo, te ne stavi lì in piedi con il maglione al contrario a fissare la parete.
Ti sei morso la lingua, hai deglutito.
Più tardi quella notte hai ascoltato la mamma rigirarsi nel letto e parlare nel sonno. Non riuscivi ad addormentarti, la mano ti formicolava mentre la stringevi ancora e ancora in un pugno e cercavi di immaginare che cosa avrebbero detto i tuoi compagni di classe, se avessero potuto guardarti nella testa. Del resto, le loro risate ti vibravano nelle orecchie ogni notte. Ti sei girato su un fianco e sulla parete davanti a te hai visto il volto di Marián.
Venerdì mattina durante l’intervallo ha poggiato un libro con la copertina rossa sul banco e l’ha avvicinato a te.
In quel momento stavi tenendo in mano il sacchetto con la merenda, sbrogliare il pane avvolto nel fazzoletto di carta era quasi un’impresa sovraumana. Il fazzoletto inumidito si era incollato alla fetta di pane, dovevi strapparlo cautamente in piccoli pezzetti.
“Grazie,” hai sbottato con aria sorpresa. Lui intanto ha allungato la mano e ha tamburellato con le dita sulla copertina.
“È il primo volume. Vedi tu, magari non ti piacerà nemmeno.”
Hai posato il pane, hai preso cautamente il libro in mano, l’hai sfogliato e te lo sei infilato nello zaino.
“Diventa veramente bello intorno alla metà.” Marián si è spostato più in là sul banco e ha tirato fuori dal cassetto un quaderno. “Mi manca ancora l’ultimo volume, ma in caso volessi, ti posso prestare tutto quello che ho.”